Ritratti con le viti

Niente male questo artista “bricoleur”! 🙂

Annunci

L’economia che non guarda alle “apparenze”

Che ormai il mondo sia sottomesso totalmente alle regole dell’economia non è cosa nuova, ma questo articolo si merita i suoi 5 minuti di attenzione per farsi due risate da dietro gli occhiali blu dell’uomo di wall street… 🙂

Investite con saggezza!

L’abbigliamento fa il Drugo

Fonte: Antoniosaladini.it

L’inquietante abbigliamento di uno dei cattivi più cattivi del cinema, Alex il Capo Drugo di Arancia Meccanica, ha una genesi curiosa: pare infatti che durante la lavorazione del film sia stato proprio Malcom McDowell a proporre a Kubrik di dare un’occhiata… alla sua divisa da cricket, che l’attore portava spesso con se, nel portabagagli della sua auto.

Nel vederla, bianca, stropicciata, entrambi non ebbero dubbi. Fu poi McDowell a scegliere il copricapo, la bombetta nera, come simbolo dell’uomo “rispettabile” di città.

Quanto alle ciglia finte, fu un colpo di genio di Stanley Kubrik che poi commentò: “E’ davvero sinistro. C’è qualcosa che non va nella tua faccia, ma non si può essere veramente sicuri di cosa sia. E’ questo il look giusto!”

2011: computer schizzofrenico…

Fonte: Daily Wired (wired.it)

Qual è il sogno della robotica? Creare robot che assomiglino il più possibile agli esseri umani. Nelle sembianze, nell’intelligenza, nell’emotività. Volendo, anche nella suscettibilità ad alcune malattie. Sulla rivista scientifica Biological Psychiatry, è apparso un articolo che racconta dell’ultimo successo delleneuroscience e dell’ informatica: un gruppo di ricercatori americani ha dato vita a un computer schizofrenico, che presenta gli stessi sintomi di un cervello umano affetto dallo stesso disturbo, cioè ha problemi di personalità e inventa storie irreali.

Secondo una delle teorie più accreditate per spiegare l’origine della schizofrenia, un cervello colpito da questa disfunzione è un cervello che apprende troppo. La causa di ciò è un rilascio esagerato del neurotrasmettitore dopamina, che non gli permetterebbe di discernere tra le numerose informazioniprovenienti dall’esterno. Il risultato è che ogni cosa diventa estremamente importante e quindi degna di essere memorizzata. Ma se ci sono troppe informazioni, è difficile stabilire tra loro connessioni coerenti. Da qui, la tendenza a inventare storie senza alcun senso logico.

Per ricreare questo cortocircuito cerebrale in un computer, ricercatori dell’ Università del Texas ad Austin e della Yale University, negli Stati Uniti, hanno costruito Discern, una rete neurale artificiale capace di apprendere il linguaggio naturale. Gli hanno quindi raccontato delle semplici storie, dandogli la possibilità di memorizzarle così come fa un cervello umano: creando connessioni statistiche tra parole e frasi. A questo punto, i ricercatori hanno modificato uno dei parametri che controllavano l’elaborazione dell’informazioni in modo da simulare un iper-apprendimento. In altre parole, hanno impedito al computer di dimenticare, così come accade in un cervello stimolato da troppa dopamina.

Cosa è successo? Che il computer ha cominciato a inventare storie improbabili, mostrando segni di megalomania. In un caso, per esempio, ha rivendicato la paternità di un attentato terroristico. In un altro, ha risposto a una domanda relativa a uno specifico ricordo del passato in modo sconnesso, facendo improvvise digressioni e passando di continuo dalla prima alla terza persona. Come una persona schizofrenica, quindi. Se l’esperimento sembra provare che l’ipotesi dell’iper-apprendimento è corretta, i ricercatori non si sbilanciano e chiedono altro tempo per continuare le indagini. Ma sono consapevoli della potenzialità delle reti neurali artificiali per lo studio del cervello umano.

“ Il processamento delle informazioni nelle reti neurali artificiali è simile a quello che avviene nel cervello umano”, ha detto Uli Grasemann, uno degli autori. “ Quindi, è probabile che entrambi si rompano nello stesso modo. E dal momento che possiamo controllare meglio una rete artificiale di un uomo, speriamo che questo tipo di studi possa aiutare anche la ricerca clinica”.